• 02/12/2025

Come resistere all’intelligenza artificiale

 Bisogna abbandonare un’idea competitiva di società

di  Andrea Degl’Innocenti (da italiachecambia.org)

12 Febbraio 2025


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L’intelligenza artificiale supererà l’essere umano in qualsiasi ambito – anzi, in molti l’ha già fatto. Se rimanessimo fedeli alla visione competitiva della società che abbiamo oggi dovremmo quindi tirarci indietro e lasciare il campo alla tecnologia. Ma esiste un’alternativa?

Il concetto principale – forse unico – di questo articolo è già nel titolo e se ci pensate un istante è abbastanza autoevidente. Immaginate una gara dei 100 metri piani in cui a fianco di sette atleti in calzoncini ne gareggi uno comodamente seduto sul sedile di una Ferrari. Dubito che i bookmakers accetterebbero scommesse su quella corsa.

Eppure è esattamente il tipo di gara verso la quale ci stiamo dirigendo. Il tessuto economico-sociale di quasi tutte le società del mondo attualmente è innervato dal concetto di competizione. Gli stati competono fra loro per l’egemonia globale, le aziende competono per l’egemonia economica nei loro settori. All’interno dei singoli stati i politici competono per essere eletti, negli sport gli atleti competono per vincere una gara, nelle università più quotate gli studenti competono per ottenere i voti più alti e avere accesso ai posti di lavoro più prestigiosi.

Tutta questa competizione – vuole la teoria – serve a far emergere gli individui migliori, i più adatti a ricoprire certi ruoli, quindi è utile al progresso della società intera, ergo alla felicità del genere umano. Dall’alto le organizzazioni – che siano aziende, partiti o altro – scelgono gli individui più adatti, dal basso i “consumatori”, gli “elettori”, premiano questa o quell’azienda, questo o quel professionista, questo o quel politico. E il mondo nel suo complesso diventa giorno dopo giorno un luogo migliore

Teniamo per un attimo da parte le critiche a questo approccio – che sappiamo essere tante e robuste – per concentrarci sull’osservazione delle conseguenze che l’introduzione dell’intelligenza artificiale avrà su questo tipo di società. Per la prima volta l’essere umano ha inventato qualcosa che gli è potenzialmente superiore in ogni singolo compito. Se da sempre il progresso tecnologico produce strumenti in grado di svolgere meglio o più rapidamente degli umani task specifici – la sola introduzione della mietitrebbia ridusse del 90% il bisogno di manodopera agricola – fin qui i sapiens hanno colmato questo gap inventandosi nuovi fantasiosi lavori, spesso con un nome in inglese, come il personal coach, l’influencer, il digital marketer o l’host di Airbnb.

Così, via via che le aziende sceglievano sempre più spesso di affidare certi lavori alle macchine, sottraendo forza lavoro, gli esseri umani inventavano nuovi lavori – a volte di dubbia utilità – per continuare a ricevere uno stipendio e a dare un senso alle proprie esistenze. Ma che succede oggi che con l’avvento dell’intelligenza artificiale ogni singolo compito può – e sempre più potrà – essere svolto prima e meglio da una macchina? Quando persino ogni singola decisione potrà essere presa meglio da una macchina, che può considerare e soppesare migliaia di variabili all’istante?

Se continuiamo a essere fedeli all’idea di società che mette al centro la competizione, dovremmo semplicemente farci da parte. E comunque è quello che succederà spontaneamente: perché dovrei continuare ad affidarmi a un dottore umano quando un software potrà curarmi molto meglio, tenendo presente le ultime novità mediche assieme a ogni dettaglio della mia storia personale? Perché mai assumere un data analyst se un algoritmo potrà svolgere quel lavoro molto più rapidamente e in modo più economico?

E perché gli azionisti dovrebbero pagare fior di milioni un top manager quando sempre un algoritmo potrà prendere la decisione migliore in ogni singolo contesto per la loro azienda? E lo stesso vale per i politici, gli psicoterapeuti, i giornalisti, gli artisti. Abbiamo creato una tecnologia in grado di prendere decisioni migliori di noi e svolgere compiti meglio di noi quasi in ogni ambito. Qui non si tratta di rimpiazzare alcuni task, ma proprio di rimpiazzare la nostra specie nella leadership planetaria

E non si tratta solo di perdere posti di lavoro, di “come troveremo i soldi per campare se lavorare non avrà più senso”. Quello è un aspetto del problema, ma paradossalmente il più facile da risolvere. Basta qualche misura correttiva per slegare il reddito dal lavoro, come l’introduzione di un reddito di base universale, e tutto all’incirca potrebbe sistemarsi – lo so, non è così semplice, ma nemmeno impossibile. Qui però abbiamo un problema più profondo, di senso.

In una società competitiva, il nostro stesso senso nella vita è primeggiare in qualcosa. Essere bravi, coltivare il proprio talento e il proprio sogno, non mollare, essere riconosciuti, essere scelti diventa un elemento essenziale della nostra identità. Adoriamo e mitizziamo coloro che, in qualche modo, ce l’hanno fatta. Persino il nostro senso come specie è primeggiare sulle altre, dominare. Ma cosa succederà quando nessuno sarà più in grado di farcela? Quando anche le canzoni più belle, le poesie più struggenti, i quadri più emozionanti saranno realizzati da un’intelligenza artificiale? Che ne sarà delle nostre vite e di quella smania che abbiamo di trovarvi un senso?

Ed ecco che torniamo al titolo dell’articolo e alla corsa dei 100 metri piani iniziale. Abbiamo messo in piedi tutta questa impalcatura di società convinti che una società migliore – nell’accezione competitiva del termine – ci avrebbe reso più felici e invece scopriamo che lo sviluppo della società non contempla proprio la nostra felicità, anzi non ci contempla proprio di striscio.

Ergo, l’unica scelta sensata è smettere di correrli quei 100 metri. Rimettere al centro la felicità umana, togliere la competizione dall’equazione e vedere che cosa ne esce fuori. All’interno di una società non competitiva l’intelligenza artificiale potrebbe toglierci comunque il lavoro, ma di certo non il senso della vita né il nostro ruolo nel mondo. Non che sia facile eh! Dovremmo iniziare a fare davvero e solo le cose “che ci piacciono”.

Ma cosa ci piace? È difficile scollegare del tutto il senso di ciò che facciamo dal riconoscimento sociale che riceviamo in cambio. Quanti vorrebbero scrivere poesie o libri mediocri rispetto alla media, dipingere quadri bruttini, comporre melodie così così, davvero solo per il piacere di farlo? Eppure, realisticamente, è lo sforzo che ci viene richiesto. Smettere di competere, di paragonare le nostre azioni o ciò che produciamo rispetto alle altre, per manifesta inferiorità. Probabilmente fare meno cose, molte meno, scegliere con cura le nostre azioni, imparare a conoscerci meglio. Meditare, riconnetterci. E poche altre cose.

di  Andrea Degl’Innocenti (da italiachecambia.org)

12 Febbraio 2025

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