La Devozione di San Giuseppe
… e il convivio delle 13 pietanze
di A. Vincelli (Lectio brevis mar/23)
19 Marzo 2025
Le origini della tradizione non sono note, ma senz’altro rimontano a tempi antichi.
Fino a qualche decennio fa la famiglia che aveva la così detta ‘Devozione’ di San Giuseppe e organizzava nella propria casa il convivio era, nella maggior parte dei casi, priva dei mezzi necessari, ma si industriava per procacciarsi tutto quello che serviva: chi offriva l’olio, chi il vino, chi i legumi, chi la farina, chi altre cibarie, chi la legna per cucinare nel camino, ecc.
Alcune famiglie, per la devozione al Santo, quella giornata distribuiscono i panettèlle, piccole pagnotte benedette di pane oppure lessano i vermicelli e li distribuiscono (ben conditi con aromi e mollica soffritta di pane raffermo); i vermicelli sono presi dai più con le dita della mano e non con la forchetta.
La casa, in generale consisteva in un’ampia stanza al piano terra con un grande camino e adibita a soggiorno, cucina e disimpegno.
In un angolo veniva allestito un altarino con una effigie di San Giuseppe o della Sacra Famiglia ed abbellito con fiori, piante e drappi colorati, mentre al centro della stanza veniva apparecchiata un’ampia tavolata.
I convivi sono due: la 1a tavola verso mezzogiorno, ap-pena dopo il passaggio della processione in zona; nei posti di riguardo un bimbo, un vecchio e una vecchia che rap-presentano la Sacra Famiglia, rispettivamente Gesù, Giuseppe e Maria, e ancora dieci fanciulli a rappresentare gli angeli: in tutto tredici come gli apostoli; la 2a tavola viene allestita dopo un paio d’ore, verso le quattordici, per tutte le altre persone che, anche senza invito, si presentano nella casa salutando i padroni e tutti gli altri con l’espressio-ne: Gesù e Maria (ggéssemèrije); sono ben accolti e ricevono come risposta: Oggi e sempre (ggèssèmbre).
I piatti serviti, che tutti devono almeno assaggiare per devozione, sono tredici, pari al numero dei privilegi di San Giuseppe.
Negli anni del dopoguerra, in quel particolare periodo stagionale, il 19 marzo era un giorno di abbondanza per i più poveri del paese, come si evince dalla composizione riportata in seguito, nel testo originale in vernacolo casacalendese del poeta Giovanni Cerri, nella traduzione in lingua e nella partitura: A Tavele de San Gesèppe, inserita nella silloge I Guaje del poeta Giovanni Cerri e musicata da Adolfo Polisena, entrambi di Casacalenda.
[Tornano alla mente i Saturnali che si celebravano dal 17 al 23 dicembre nella Roma antica, quando i signori allestivano mense sontuose ed accoglievano tutti quelli che si presentavano alla loro porta; perfino gli schiavi, vestiti come uomini liberi, potevano mangiare alla mensa dei padroni ed assaggiare i cibi più prelibati; in altri termini gli schiavi avevano in quei giorni, fittiziamente, gli stessi diritti dei padroni.]
Sulla tavola per la ‘Devozione di San Giuseppe’ i tredici piatti sono sempre di magro e comprendono:
1) l’insalata di arance affettate e condite con olio e zuc-chero,
2) a chembòšte (peperoni, pere ecc. sottaceto); seguono ben cinque legumi conditi con un filo d’olio crudo:
3) i fagioli,
4) i ceci,
5) le cicerchie,
6) i piselli,
7) le fave;
è la volta dei molluschi di terra:
8) le lumache ed i crostacei di ruscello:
9) i granchi;
e ancora:
10) il riso col latte e con cannella,
11) baccalà gratinato, èrrachènate,
12) verdure di campo lessate, condite con olio; infine:
13) i maccheroni con la mollica soffritta di pane raffermo.
Non mancano naturalmente le bibite per gli angeli, i più piccoli, e bicchieri di buon vino rosso per i più grandi.
Completano il convivio la frutta fresca, mele, pere e arance, o secca, noci e mandorle, oltre ai tipici dolci di San Giuseppe: i caveciune, cioè i calzoni ripieni con pasta di ceci, miele e cacao, la nota pizza dolce e i screppèlle (dal vocabolo italiano ‘crespelle’, così dette per le caratteristiche superfici increspate della pasta).
Nota:
È bene precisare che il fone-ma dialettale screppèlle deriva per metatesi dal corrispondente italiano: crespelle, oltre ad anticipazione della consonante /s/ ed il contemporaneo raddoppio della consonante /p/.
I legumi, anche se messi in ammollo, richiedo-no per la cottura molto tempo, per cui si dispongono in grosse pignatte sin dalla sera precedente intorno al focolare, rifondendovi di tanto in tanto l’acqua che, naturalmente, si essicca; nelle case in cui si celebra la devozione le persone vegliano tutta la notte e pregano davanti all’altarino; alcuni gruppi di giovani girano durante la notte con strumenti musicali ed en-trano in queste case per cantare e recitare le litanie insieme ai padroni, ricevendo da questi i screppèlle, i caveciune e, naturalmente, dei bicchieri di buon vino rosso, che li aiuta a sopportare il freddo esterno della notte.
Solo dopo la mezzanotte è possibile assaggiare in una delle case a pezzènde, un piatto di legumi, cotti tutti insieme in un’unica pignatta e conditi con un filo d’olio crudo e una spruzzatina di peperoncino. Da rilevare che, separatamente, i vari legumi hanno diversi tempi di cottura, ma messi a cuocere insieme in un’unica pignatta la notte precedente il ‘San Giuseppe’, stranamente, si presentano saporiti e tutti ben cotti al punto giusto.
Infine è bene ribadire che gli adulti potevano e possono partecipare al convivio senza inviti; solo i componenti la Sacra Famiglia (una donna ed un uomo anziani e un bambino) ricevono l’invito dagli organizzatori e, qualche giorno precedente la festa, una pagnotta di pane con l’impronta della mano destra ben impressa sulla crosta (v. foto).
La tradizione della “Tavola di San Giuseppe”, a Casacalenda (K) come in altri paesi del Molise, è ancora viva e sentita, anche se praticata da un numero sempre minore di famiglie; da rimarcare, però, un rinnovato interesse da par-te dei giovani delle nuove generazioni che, tutt’insieme, si adoperano per preparare e perpetuare la ‘Devozione’; per fortuna non c’è più la povertà di cui si diceva prima: oggigiorno si partecipa al convivio non per sfamarsi, ma solo per quella tradizionale ‘devozione’, vissuta nell’infanzia.
di A. Vincelli (Lectio brevis mar/23)
19 Marzo 2025