Nuovi abitanti
Il messaggio che viene da Riace
di Rossano Pazzagli
3 Aprile 2025
Collegare accoglienza e rigenerazione comunitaria, migrazioni e rinascita delle aree interne. È questo il valore dell’esperienza di Riace, rappresentata dal sindaco Domenico Lucano. Quella di Mimmo Lucano, per quattro volte sindaco e ora anche parlamentare europeo, amato dalla sua gente e odiato dai politici cattivi alla Salvini o alla Piantedosi, è la storia di un uomo generoso e di un politico buono, promotore del “modello Riace” e di una nuova e proficua idea di accoglienza e di solidarietà. Dal 2007, accogliendo consapevolmente dei kurdi sbarcati, è riuscito a trasformare un paese della Locride, rimasto con pochi abitanti e in via di ulteriore spopolamento, in un luogo vivo, dimostrando che è possibile dare risposte positive e inclusive al tema storico delle migrazioni. Indagato e condannato per “accoglienza pericolosa” è stato alla fine riconosciuto innocente, anche se le persecuzioni “governative” nei suoi confronti continuano, al punto che Giorgia Meloni l’ha definito sprezzantemente “l’idolo della sinistra immigrazionista”.
Ma al di là della vicenda politico-giudiziaria di Mimmo Lucano, Riace ci dice una cosa molto chiara: che il territorio è più avanti della politica e che occorre cambiare il punto di vista; che esistono, in giro per l’Italia, specie in quella chiamata ingiustamente “minore”, buone pratiche e sperimentazioni avanzate che la politica ufficiale non è capace di comprendere, considerandole anomalie da ignorare o peggio da perseguire. La vera legalità è quella che combina la norma con la morale, le leggi con la sfera etica, contemplando anche piccoli scostamenti dalle prime quando la legge può apparire ingiusta o d’intralcio al rispetto dei diritti universali.
In una recente intervista ad Anna Pizzo (Dinamo Press) Lucano ha detto con orgoglio di essere nato e cresciuto dentro la doppia dimensione del locale e globale, del partire dal basso e dello stare dalla parte degli ultimi: “Ovunque mi trovi – ha detto – continuerò a farlo perché è la cosa migliore che posso fare. Quanto all’Europa (con riferimento al suo ruolo di parlamentare europeo, ndr), mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua, ma la speranza mi fa muovere. In fondo, io faccio parte di quelli che sono abituati a credere all’impossibile”. C’è umanità e strategia politica nelle parole pronunciate da Mimmo Lucano. Quando è necessario, deve entrare in campo la virtù della disobbedienza, come ci ha insegnato don Lorenzo Milani.
Si possono guardare le cose dal punto di vista del territorio, dalla concretezza dei luoghi invece che dalle astrazioni uniformanti del centro? C’è una parte grande dell’Italia, circa il 60 % della superficie, che ha subito un lungo processo di declino. Una deriva economica, demografica, sociale e culturale che ha progressivamente accresciuto gli squilibri del Paese, allargando le disuguaglianze ed esponendo il territorio ai rischi dell’abbandono. Paesi e campagne sono spesso diventati luoghi della memoria, contenitori vuoti, comunità esili da rigenerare. Connettere accoglienza e sviluppo è uno dei modi per ripopolare i paesi abbandonati, favorendo l’insediamento stabile di nuove popolazioni senza rompere definitivamente con i caratteri originari del territorio. Le cose vanno sempre viste in divenire, perché la sincronia è quasi sempre miope. Parlo di uno sviluppo umano, non dello sviluppo economico identificato con la crescita. I luoghi dell’Italia interna vanno rianimati assumendo l’ottica di un cambio di paradigma; non possiamo investire nella loro rinascita se non siamo in grado di sottrarli al modello della crescita e della competizione, per introdurli in quello dell’equilibrio, dell’accoglienza e della cooperazione.
Le aree interne, con i loro paesi e i loro patrimoni territoriali, non possono accontentarsi del passaggio, ma hanno bisogno di arrestare il declino demografico secondo una logica di radicamento che aiuti i nuovi e i vecchi abitanti ad essere attivi, produttivi, cooperanti. Non si abita per stare, ma per vivere.
Il Molise, come le altre regioni del sud-est italiano, vanta esperienze storiche significative alle quali ogni tanto conviene ripensare. La prospettiva storica ci rimanda al fenomeno delle migrazioni inter-adriatiche che a partire dal XV secolo misero in relazione diretta le popolazioni balcaniche con il territorio italiano, producendo nuove comunità resistenti. Pressati dall’avanzata ottomana, spesso devastati dalla guerra, gruppi di individui si riversarono a più riprese su imbarcazioni più o meno precarie, prendevano il mare e approdavano sulle coste italiane, dalla Puglia al Molise a all’Abruzzo, andando a riempire spazi vuoti o luoghi pressoché disabitati, lavorando la terra, creando o riorganizzando villaggi, sperimentando forme di autogoverno che entravano in relazione con il mondo ancora feudale delle campagne meridionali. Fu così che albanesi, croati e altre popolazioni slave – i cosiddetti Schiavoni – si insediarono stabilmente nelle regioni italiane. Oggi in Molise, a distanza di secoli, esistono ancora i frutti di queste ondate migratorie: sono le comunità arbereshe di Ururi, Portocannone, Campomarino e Montecilfone; e quelle croate di Acquaviva Collecroce, Montemitro, San Felice, Tavenna e Palata. Esse sono a pieno titolo Comuni e comunità che nessuno si sognerebbe di dire che non sono italiane, che nessuno vede come insidie, che nessuno si azzarda a considerare come concorrenti nell’accesso ai diritti. La persistenza di alcune tradizioni originarie, come la lingua in primo luogo, è anzi considerata un elemento di ricchezza e di vivacità culturale. La storia, specialmente la storia del Mediterraneo come culla di civiltà antiche, è soprattutto contaminazione, incontro, scambio, conflitto e solidarietà, continuità e mutamento. Dobbiamo saperlo per non sentirci impotenti di fronte alle sfide che ci propone il nostro tempo e per raccogliere l’invito a governare le trasformazioni, invece di subirle passivamente per poi ricavarne impotenza e sfiducia, quando non addirittura odio e paura.
La condizione delle aree interne e quella dei migranti non è frutto del destino, ma il prodotto di un modello di sviluppo squilibrato e diseguale. L’esperienza di Riace e di altri luoghi meno noti indica che queste due condizioni di disagio possono utilmente incontrarsi. Il resto sono cose pretestuose, espressione di politiche escludenti e reazionarie. I migranti possono contribuire a contrastare i processi di spopolamento e invecchiamento della popolazione italiana, prima di tutto in zone dove è necessario e urgente assicurare la tenuta o il ripristino dei servizi di base e rivitalizzare il tessuto economico e sociale.
di Rossano Pazzagli (da nautilusrivista.it)
3 Aprile 2025